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La storia dei legami con la Santa Sede

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La storia dei legami con la Santa Sede 

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I rapporti di Scanderbeg con la Santa Sede furono intensi durante il Pontificato di Papa Nicola V (1447-1453), Papa Callisto III (1453-1458) che definì il nostro eroe nazionale Scanderbeg come “atleta Cristi”.
Pio II (1458-1464), che fu un ammiratore dell’Albania e grande umanista, volle incoronare re Giorgio Castriota e nominare cardinale l’arcivescovo di Durazzo Paolo Angelo (1417-1470). 243_clemente _XIBraccio destro di Scanderbeg per i rapporti con l’estero fu l’Arcivescovo di Durazzo.Papa Paolo II nel 1464 ha ospitato con grandi onori Giorgio Castriota Scanderbeg. Papa Clemente VII nel 1595 ha inviato contributi economici per sostenere la liberazione di Valona, porto nell’Albania meridionale.Cav. zef bushati Clemente XI, papa nelle cui vene scorreva sangue albanese, ha fatto da tramite presso la Repubblica di Venezia per aiutare la regione di Kelmend e Kurbin. Nel 1919 Benedetto XV con la sua forza morale salvò una parte importante dell’Albania dall’annessione. Nel periodo del regime comunista ogni sforzo della Santa Sede per avvicinarsi e stato inutile, addirittura i messaggi augurali che il Papa inviava all’inizio del nuovo anno venivano rimandati indietro.Con Papa Giovanni Paolo II gli sforzi della Santa Fede verso i paesi dell’Est si sono intensificati e in questo quadro anche verso l’Albania. Così, per esempio, ricordiamo le sue prediche del 5 ottobre ad Otranto e del novembre del 1982 davanti alla comunità albanese in Sicilia.scansione0185
Nel 1983 il Papa ha proclamato novembre il mese delle prediche per la libertà religiosa in Albania.Il 26 febbraio del 1984, da Bari, il Santo Padre ha pregato per gli albanesi davanti a 50.000 fedeli della regione Puglia dove ha dichiarato esplicitamente che gli albanesi “occupano un posto molto particolare nel suo cuore”.Con le trasformazioni avvenute agli inizi degli anni ’90-che hanno determinato notevoli cambiamenti rispetto ai diritti umani, la riconquista della libertà 6di religione, che segnò il distacco del regime comunista dalla politica- e stato finalmente possibile la ripresa dei primi contatti con la Santa Sede.Le visite di Madre Teresa in Albania hanno influito fortemente siu preparativi per la ripresa delle relazioni diplomatiche con la Santa Sede.Emblema e Fondacionit Queste relazioni sono state finalmente avviate a livello di Ambasciatore albanese, sig. Willy Kamsi e stato ricevuto da Papa Giovanni Paolo II. La Santa Sede ha accreditato a Tirana Monsignor Ivan Dias. Le opportunità per un’ulteriore svolta nella cooperazione con la Santa Sede si sono verificate immediatamente dopo la ripresa delle relazioni diplomatiche. Un momento cruciale e stato segnato dalla visita in Albania di Papa Giovanni Paolo II, il 25 aprile 1993. La straordinaria accoglienza che e stata riservata al Papa da tutti gli albanesi dimostrava la tolleranza religiosa che gli caratterizza. Essa ha sicuramente costituito un appoggio morale e politico in favore dell’Albania ed ha contribuito alla rinascita della religione nel nostro paese.Sono passati sei anni del giorno in cui il Santo Padre giunse in terra Albanese, ma quello straordinario giorno e ancora vivo nei cuori di tutti gli albanesi.alb_FERRAROZEFBUSHATI (7) E considerato il giorno della risurrezione, il giorno della speranza. La visita del Santo Padre fu anche la migliore espressione della salda Nuovo Documento di Microsoft Office Publisheramicizia millenaria che unisce l’Albania alla Santa Sede. Il Santo Padre ha fatto appello alla comunità internazionale: l’Europa e tutto il mondo, aiutandola, non devono dimenticare le sofferenze dell’Albania.In quel giorno e stata consacrata la nuova Gerarchia della Chiesa Cattolica martirizzata, ed e stata benedetta dal Santo Padre la prima pietra del Santuario Nazionale “Madonna del Buon Consiglio” A questo Santuario sono devoti tutti gli Albanesi, che si sentono affratellati anche se appartengono a tre diverse religioni: musulmana, ortodossa, cattolica.

Rapporti reciproci tra l’Albania e la Santa Sede

Gli sviluppi dei Rapporti reciproci tra l’Albania e la Santa SedeZefpapaGjonPali durante la Missione del mandato di Ambasciatore d’Albania presso la Santa Sede,                                                                Cav. Gr. Cr. Dott. Zef Bushati 
10 Maggio 2002 – 10 Settembre 2006

Quadro legale della collaborazione

23 Maggio 2002 il Parlamento ratifica “ L’Accordo tra la Repubblica d’Albania e la Santa Sede per stabilizzare i Rapporti Reciproci” . In data 14.6.2002 il decreto del Presidente Della Repubblica.babidhepapaperint
31 Marzo 2005 Il Parlamento della Repubblica d’Albania approva la Legge“ Per la Procedura e la Conoscenza come Oggetto Giuridico e Persona Giuridica Religioso della Chiesa Cattolica Albanese” è presentato dal Consiglio dei Ministri col Atto nr.41 in data 20.01.2005. Decretato dal Presidente della Repubblica.Con il Cardinal Vicario Agostino Vallini 3
Visite alla Santa Sede
19 Settembre 2002 il ex Primo Ministro Nano visita la Santa Sede in Vaticano. L’udienza con il Santo Padre Giovanni Paolo II e il Segretario di stato Cardinale Angelo Sodano
2 Dicembre 2002 il Presidente della Repubblica d’Albania Moisiu visita al Vaticano l’udienza con il Santo Padre Giovanni Paolo II e il Segretario di stato Cardinale Angelo Sodano
9 Settembre 2003 Il Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri sig. Roland Bimo visita al Vaticano. L’incontro con il Segretario per i Rapporti con gli Stati Mons. Tauran

19 Ottobre 2003 il Presidente della Repubblica Moisiu, Berisha, Mejdani, visitano al Vaticano. La cerimonia della Beatificazione di Madre Teresa.
2 Febbraio 2003 l’ex Ministro degli Affair Esteri Sig. Kastriot Islami visita al Vaticano.L’incontro con il Segretario per i Rapporti con gli Stati Mons. Giovanni Lajolo

2 Dicembre 2004 il Presidente Moisiu visita al Vaticano. L’incontro con il Segretario dello Stato del Vaticano, Cardinale Angelo Sodano.Anxhela con il Cardinale
8 Aprile 05 La Cerimonia del Funerale della Sua Santità Papa Giovanni Paolo II, Hanno partecipato il Presidente della Repubblica Moisiu, Berisha, Nano, Mejdani.
24 Aprile 2005 La Cerimonia al Vaticano per l’elezione del nuovo Papa Benedetto XVI. Hanno partecipato la delegazione Albanese condotto dal l’ex Primo Ministro del governo S.E. Fatos Nano.
10 Novembre 2005 il Primo Ministro S.E. Sali Berisha visita alla Santa Sede in Vaticano. L’Udienza con Sua Santità Papa Benedetto XVI e il Cardinale Sodano Segretario di Stato
24 Febbraio 2006 il Presidente S.E. Moisiu visita al Vaticano. l’Udienza con Sua Santità Papa Benedetto XVI e Segretario di Stato Cardinale Sodano.

                                                               Le visite in AlbaniaDy papet

Hanno visitato l’Albania in questo periodo tante personalità,Cardinali, Monsignori, ecc.
l’ultima visita è stata : 22 – 25 Aprile 2006 Visita di S.E. Mons. Giovanni Lajolo Segretario per i Raporti con gli Stati in Albania                                                               Chiesa

1 Agosto 2004 La Santa Sede mette in disposizione una chiesa a Roma per la Comunità Cattolica Albanese in Italia  Medaglie: Caritas Albanese Ordine “ Madre Teresa ”Radio Vaticani Ordine “ Madre Teresa ”,Mons. Vincenzo Paglia Ordine “ Madre Teresa ” ecc.   

                                                                                                                   Storia
10258607_572159056233795_279008096702195040_nI progenitori degli Albanesi sono gli Illiri, una popolazione indoeuropea che si insedio in epoca remota nel territorio fra il Danubio e l’Egeo, una delle nazioni più antiche della penisola Balcanica, che si e sviluppata durante il Secondo Millennio e la prima metà del Primo Millennio a C. Verso l’anno 350 a. C. nella zona si Scutari, a nord dell’Albania, sorse un regno Illirico.Il rapido sviluppo del regno Illirico preoccupò’ Roma che mirava ad estendere il proprio controllo sul mare Adriatico. Con il Segretario di Stato la Sua Eminenza Reverendissima Pietro ParolinEbbero così inizio le guerre illirico – romane che si conclusero nel 168 a. C., con la vittoria dell’impero di Roma. La dominazione romana durò più di cinque secoli e mezzo. Diversi imperatori romani, tra il 184 e il 527, furono di origine illirica: Diocleziano, Costantino, Giuliano l’Apostata e Giustiniano. Quando nel 395 l’impero romano si divise, l’Albania toccò a Bisanti. Per altri nove secoli restò sottomessa all’impero orientale come provincia di frontiera, ma per lo più solo formalmente.
In questo arco di tempo, infatti, moltissime furono le invasioni da parte di unni, goti, slavi ed avari. Addirittura, nel 917 gran parte del territorio fu annesso all’impero bulgaro sino al 1019, quando Bisanti la riconquistò. Col secolo XI l’Albania incominciò a stringere legami con l’Occidente. Verso la metà del XV secolo l’imperatore serbo Stefano Dusan estese il suo dominio da Scaturi a Valona. Dopo Dusan l’impero serbo si frantumò e per la nobiltà feudale albanese si creò la possibilità di formare propri stati feudali indipendenti.
Me Mons. Angelo MasafraSin dal 1388 l’impero ottomano aveva iniziato ad occupare l’Albania. Manifestazione di una coscienza nazionale albanese si ebbe proprio nel XV secolo quando l’eroe nazionale Giorgio Castriota Scanderbeg (1403-1467) diede vita alla “Lega dei popoli albanesi”, che contrastò vittoriosamente gli Ottomani e salvo’ l’Italia e l’Europa occidentale da gravi rischi; per questo a Giorgio Castriota Scanderbeg fu dato l’appellativo di “Atleta di Cristo” e nella statua a Roma il nome e accompagnato dalla scritta “Impavido difensore della civiltà occidentale”.
Il 28 novembre 1912 si giunse alla proclamazione dell’indipendenza, ma la Conferenza degli ambasciatori tenutasi a Londra, decise di togliere all’Albania metà del proprio territorio.La storia d’Albania e caratterizzata da invasioni e da occupazioni esterne. La nostra storia passata e presente nei numerosi reperti archeologici, tra cui reliquie e ruderi greci, romani e bizantini.

Il Ruolo del cristianesimo e della Santa Sede

Con il Cardinal Vicario Agostino Vallini                       Il Ruolo del cristianesimo e della Santa Sede

Nella civiltà albanese, il cristianesimo ha avuto un ruolo fondamentale sia nel processo della genesi etnica, che nella trasformazione degli Illirici in arberia, nei secoli V-VII. Il cristianesimo come cultura inter-etnica e contraria all’autorità dell’impero romano, creò i presupposti ideologici per la libertà delle masse popolari per l’affermazione dell’individualità’ etnica. Anche il clero si e impegnato a difendere la propria identità ed eredità nazionale e a trasmettere al popolo l’idea di Rinascita Nazionale. Meriti particolari vanno al clero per quanto riguarda la scrittura della lingua albanese. “La formulazione del battesimo” dell’arcivescovo di Durazzo, Paolo Angelo e riconosciuta come il primo libro scritto in albanese da Gjon Buzuku e dei libri di Pjeter Bogdani, Pjeter Budi, Frang Bardhi e cosi via fine al XX secolo.I missionari redigevano relazioni periodiche e dettagliate; descrivevano non solamente le condizioni delle chiese e della religione in generale, ma anche i vari aspetti della vita socioeconomica e politica del paese dove si recavano in missione. Questi resoconti sono spesso oggigiorno importanti fonti storiche. Ne sono un esempio le relazioni sull’Albania settentrionale inviate da Frang Bardhi intorno alla metà del XVII secolo.

Biografia di Papa Clemente XI Albani

Biografia di Papa Clemente XI Albani

Giovanni Francesco Albani nacque il 23 Luglio 1649 ad Urbino da Carlo e da Elena Mosca, nobildonna pesarese.Stema Papa Clemente Albani

    La famiglia, già considerata “molto facoltosa e riguardevole” in quella città, accrebbe notevolmente il proprio prestigio con il trasferimento a Roma; in particolare, iI nonno di Giovanni Francesco, Orazio, fu il maggior artefice della fortuna romana degli Albani. Egli, come segretario di Giustizia e quindi come residente presso la corte di Roma del duca Francesco Maria II Della Rovere, si era reso assai utile al papa nelle trattative per l’incameramento del feudo di Urbino da parte della S. Sede. Il papa Urbano VIII, attento e sensibile a questo genere di servigi, l’aveva ricompensato nominandolo nel 1633 senatore di Roma; i Barberini, a cui “riuscì gratissimo” per i numerosi interventi “in tutte le loro discordie e occorrenze” divennero i protettori della famiglia; tra i figli di Orazio, Annibale divenne primo custode e prefetto della Biblioteca Vaticana, Malatesta trovò impiego nelle armate pontificie e Carlo, il padre di Giovanni Francesco, divenne un docile e riconoscente maestro di Camera di Carlo Barberini.

    243_clemente _XIGjon Francesc albani 7Un ambiente familiare abbastanza dotto favorì la prima educazione dell’Albani: lo zio materno, Girolamo Mosca, fu probabilmente decisivo nell’indirizzarlo alla carriera ecclesiastica. Nell’anno 1660, per volontà paterna, egli si recò a Roma per frequentare le “pubbliche scuole” del Collegio Romano; qui, l’ellenista ed ebraista Pietro Poussines gli fu professore e ne intuì le doti per lo studio del greco e del latino che non tardarono a manifestarsi: incoraggiato, nel 1666 si misurò con una traduzione latina di un’omelia di s. Sofronio, patriarca di Gerusalemme, sugli apostoli Pietro e Paolo con una prefazione critica sull’identità dell’autore e un’epistola dedicatoria a Francesco Barberini. Quasi contemporaneamente tra i codici del monastero di Grottaferrata scoprì un manoscritto contenente la seconda parte del menologio bizantino-greco di Basilio Porfirogeneto, di cui anche l’Ughelli lamentava la perdita, che andava a completare quella contenuta nel menologio vaticano. In questo slancio di erudizione tradusse l’elogio del diacono Procopio su s. Marco Evangelista che venne inserito dai padri bollandisti negli Acta sanctorum. Laureatosi nel 1668 in diritto ad Urbino, continuò a studiare filosofia, teologia, patrologia, controversistica e materie giuridiche. Nel 1670 si decise ad intraprendere la carriera ecclesiastica diventando canonico di S. Lorenzo in Damaso, grazie all’ennesimo intervento di Francesco Barberini che, morendo, non mancò di testimoniare con una pensione l’affetto per l’Albani. Nel 1673 accompagnò Carlo Barberini nella visita pastorale di Subiaco, stendendo gli statuti sinodali di Farfa e di Subiaco.

    6Nel frattempo, l’Albani si introduceva nell’ambiente intellettuale romano partecipando a gran parte degli avvenimenti culturali dell’epoca: dai salotti Cartari e Favoriti, alle riunioni della Accademia degli Umoristi, alle giornate declamatorie dell’Accademia reale della regina Cristina di Svezia di cui godeva la stima incondizionata; qui tenne un memorabile discorso celebrativo di Giacomo II Stuart che da “Davide fuggitivo di Saulle” (Cromwell) si era trasformato nel “novello ristoratore della Britannica tranquillità, emulo generoso di Costantino il Grande” (Discorso detto… da mons. Gio. Francesco Albani, Roma 1687, p. 21).

    100px-Stemma_01_clemente_11Nel 1677 entrò ufficialmente nella prelatura: Innocenzo XI lo nominò referendario delle due Segnature e consultore della Congregazione concistoriale, quindi ebbe il governatorato di Rieti, della Sabina e Orvieto. Nel 1683 tornò a Roma per essere nominato vicario e giudice di S. Pietro con il privilegio di mantenere il canonicato di S. Lorenzo. Dopo un breve soggiorno ad Urbino per assistere il padre agonizzante, riuscì, con l’appoggio del vecchio compagno di studi Lorenzo Casoni, allora segretario alla Cifra, ad ottenere da Innocenzo XI la segreteria ai Brevi sostituendo il cardinale Slusius (3 ottobre 1687): in questa carica venne aiutato nei primi tempi da C. A. Fabroni con cui strinse una solidissima amicizia che si protrarrà per tutta la vita. Il 29 ottobre 1688 ottenne un canonicato in S. Pietro. Una volta eletto Alessandro VIII, l’ascesa in Curia dell’Albani non si arrestò: il 13 febbr. 1690 venne assunto in seconda promozione come cardinale diacono con il titolo di S. Maria in Aquiro, mutato due volte, prima in quello di S. Adriano (22 maggio 1699) e quindi in quello presbiterale di S. Silvestro in Capite (30 marzo 1700); i 12.000 scudi che provenivano dalle cariche dell’Albani, incompatibili con il cardinalato, vennero da lui barattati con l’abbazia di S. Maria e dei SS. Martiri Giovanni e Paolo di Casamari. Sotto il pontificato di Alessandro VIII egli fu incaricato di redigere un testo di contestazione delle decisioni dell’Assemblea del clero francese del 1682 e dell’estensione delle regalie in Francia, che prese forma ufficiale nel breve di condanna Inter multiplices.

    Clemente 2Durante i cinque mesi del conclave che porterà all’elezione di Innocenzo XII egli non ebbe, data la sua recente nomina cardinalizia, alcun ruolo di rilievo. Però, il neoeletto papa in uno dei suoi primi atti non mancò di riconfermarlo tempestivamente nella sua carica di segretario ai Brevi e lo consultò subito circa la composizione della Curia e l’Albani, accondiscendendo volentieri al rigorismo del papa e contribuendo a vincere le obiezioni del perplesso segretario di Stato cardinale Spada, fu l’estensore materiale della bolla Romanum decet Pontificem (22 giugno 1692) contro il nepotismo. Egli continuò a curare con i cardinali Bernardino Panciatici e Fabrizio Spada i rapporti tra la S. Sede e la Francia attirandosi la fama, non del tutto ingiustificata, di filo francesismo; tale propensione si sarebbe manifestata soprattutto nella parte da lui avuta nel sostenere la candidatura di Filippo d’Angiò alla successione del trono di Spagna quando Carlo II fece, prima di morire, esplicita richiesta al papa per un pronunciamento segreto di Roma sulla questione.

    382912_347609608585786_1650005895_nDurante il pontificato di papa Pignatelli, l’Albani non si spostò mai da Roma e andò acquisendo una “gran cognizione nelle materie di Stato”: imparò a conoscere i complessi e delicati meccanismi che regolavano la vita della corte pontificia rafforzando impercettibilmente ma costantemente la propria posizione di potere. Egli partecipò a numerosissime congregazioni (Riti, Immunità, Vescovi e Regolari, Propaganda, S. Uffizio, Fabbrica di S. Pietro, Affari concistoriali) dove poté misurare di persona gli sconcertanti equilibri che governavano i criteri di formazione degli organismi curiali. In una Roma attraversata da posizioni differenziate che variavano dalle simpatie filo gianseniste e rigoriste alle suggestioni quietiste e probabiliste, l’Albani sembrò conservare in un primo momento una formale più che sostanziale disponibilità intellettuale, tipica di un funzionar iato romano dell’epoca che, in realtà, desiderava mantenersi il più possibile alla periferia dei grandi dibattiti religiosi per non compromettere l’iter della propria carriera. Questo atteggiamento cauto, inevitabile per chi volesse restare ai vertici del personale di Curia, venne giudicato da alcuni “volpone ria” di un “raggiratore”: diffusa era l’opinione che l’amabilità caratteriale, “la giovialità nativa” e la “somma prudenza” dell’Albani si confondessero “con quell’arte propria di conformarsi col genio di chi gli parla all’uso dell’eco che sempre ripete l’altrui voci senza formare delle proposte”, tratteggiandolo come persona che “vive e lascia vivere, e quantunque il zelo li sia geniale non è però scrupoloso di semplici bagatelle bensì del massiccio degli scandali e dell pregiudizi alla Santa Sede in che totalmente preme che non seguino…” e che “…saprà adattarsi in tutte le congiunture, e come buon marinaio darà la vela al vento che soffia” (Roma, Bibl. nazionale, Fondo Sessoriano, 382, c. 193v). Più tardi, quando fu ulteriormente consolidata la sua sistemazione curiale, nel 1696, uscì da questo fruttuoso anonimato con l’incauto patrocinio della pubblicazione del Nodus praedestinationis del defunto cardinale C. Sfondrati, a cui fece seguito una generale ondata di polemiche verbali e scritte soprattutto provenienti dai settori agostiniani e giansenisti che ne volevano la condanna. Questa non seguì, ma la vicenda imbarazzò alquanto Innocenzo XII e lo stesso Albani, il quale ne serbò un tale rancore che sette anni dopo, pontefice, non tralascerà di perseguire Louis-Paul Du Vaucel, corrispondente abituale del Quesnel, che era stato uno dei più accesi polemisti. Un’altra occasione, assai più emblematica nel rivelare la sua sostanziale comunanza di idee con C. A. Fabroni e con gli ambienti della Compagnia di Gesù, fu il ruolo da lui sostenuto nella comminazione della condanna romana alle Maximes des saints del Fénelon.

    ordine della croce dóro (1)Infatti, il 27 apr. 1697, quando l’arcivescovo di Cambrai decise di sottomettere il libro al giudizio del papa per chiudere la polemica con Bossuet e con Luigi XIV, trovò ad affiancare il cardinale Bouillon nella Congregazione del S. Uffizio proprio l’Albani che ne divenne il principale difensore. Egli fu l’artefice di una strenua battaglia all’interno della Congregazione, che si riunì a partire dal 12 nov. 1698, e soprattutto nella commissione ristretta incaricata di giungere a un giudizio conclusivo sull’opera: nonostante le costanti pressioni degli agenti e degli ambienti teologici favorevoli al Bossuet, si adoperò per smussare severi ed irrevocabili giudizi. Soggetto ad insinuazioni e minacce preoccupanti, come quelle che lo avvertivano che un comportamento sgradito alla Francia avrebbe compromesso l’appoggio ad un’eventuale candidatura ad un prossimo conclave, egli riuscì a far sì che fosse emanato il breve Cum Alias (12 marzo 1699), e non una vera e propria bolla di condanna come volevano gli avversari del Fénelon: il breve condannava ventitré proposizioni “sive in obvio carum verborum sensu, sive attenta sententiarum conexione” ma non conteneva mai il termine eretico. Subito dopo la condanna, si affrettò a scrivere una lettera al Fénelon per istruirlo sui modi di una conveniente sottomissione che fu talmente pronta da ottenere addirittura l’elogio scritto di Innocenzo XII. Tuttavia, anche in questa occasione l’Albani s’impegnò abilmente, non tanto perché si fosse particolarmente acceso alle teorie dell’amore puro dell’autore, di cui per altro era un sincero ammiratore, ma piuttosto per corrispondere ancora una volta ai desideri del papa che non intendeva umiliare la fedeltà del Fénelon al Papato, ai gesuiti e a quanti in Francia difendevano le ragioni di Roma né al contrario premiare, con una severa condanna, il tenace gallicanesimo del Bossuet.

    Familja AlbaniSin dalla fine del 1699 tutte le principali potenze cattoliche, di fronte al peggioramento delle condizioni di salute di Innocenzo XII, incominciarono ad attrezzarsi, in modo per la verità diseguale, per esercitare la propria egemonia nel conclave. In particolare, spiccato era l’interesse di Luigi XIV per l’elezione del nuovo pontefice che poneva in stretta relazione con la situazione di movimento che si sarebbe determinata in seguito al problema della successione spagnola e all’importanza che, in un imminente conflitto franco-imperiale, avrebbe assunto l’Italia per il mantenimento dell’egemonia europea. Una volta morto Innocenzo XII (27 sett. 1700), alla corte dell’imperatore più che elaborare una linea politica autonoma ci si riproponeva di contrastare tenacemente qualunque scelta francese; a Madrid, dove non si avevano particolari idee in proposito, si manifestò la preferenza per un papa romano demandando ogni responsabilità decisionale all’ambasciatore duca d’Uzeda. Il conclave iniziò il 9 ott. 1700 nella più assoluta incertezza: la rigidità dei cardinali delle potenze e la volontà degli zelanti di eleggere un papa “di petto e testa forte” determinarono la convinzione che si dovesse necessariamente andare per le lunghe. Queste premesse influenzarono il ritmo del lavori. L’Albani entrò in conclave, dopo essere stato ordinato prete nel settembre e aver celebrato la prima messa il 6 ottobre in S. Maria degli Angeli, non completamente ignaro, come vogliono alcuni dei biografi più apologetici, della consistenza di una sua candidatura. Se infatti il comportamento moderato tenuto nella Congregazione del S. Uffizio nel condannare il Fènelon e la sua conosciuta amicizia con il cardinal Bouillon, caduto in disgrazia, gli avevano alienato le simpatie francesi ma non al punto da inserirlo nella lista degli esclusi, il nome dell’Albani veniva fatto da altre parti e soprattutto nel partito degli zelanti di cui egli faceva parte. Nel primo scrutinio del 10 ottobre su trentotto votanti egli ottenne sei suffragi, per poi rimanere in disparte ostacolato principalmente dalla sua giovane età “sempre mal veduta da’ cardinali vecchi” e dalla “molteplicità de’ parenti” (Muratori, Annali…, XI, p. 449). Per tutto il mese d’ottobre i gruppi di cardinali lavorarono con una prassi logorroica: unica candidatura seria proposta dagli zelanti fu quella del cardinale Marescotti, osteggiatissimo dai francesi, che dominò la prima fase di un conclave disturbato da un incidente diplomatico con l’ambasciatore franceseGrimaldi e da un tumulto dei trasteverini, subito represso, causato dalla penuria di pane. Continuando l’opposizione al Marescotti che contava su una ventina di voti certi, si tentò di condizionare i francesi votando tatticamente l’improponibile L. Colloredo, altro personaggio sgraditissimo a Versailles, e poco mancò che fosse veramente eletto: dopo questa grottesca vicenda diverse altre candidature vennero più cautamente avanzate e via via accantonate. Pertanto, la candidatura dell’Albani rimase sempre implicita nei propositi del partito zelante: alla fine di ottobre “si era tentata una pratica per il cardinale Albano per il quale vi è anche un partito non leggiero, ma parve intempestiva in modo che per non pregiudicarlo in futuro, fu subito fermata” (Gravina, Curia romana…, p. 46). Questo clima di torpore e di incertezza venne completamente ribaltato dalla notizia della morte di Carlo II giunta a Roma nella serata del 19 novembre. A questa novità, non fu difficile per i cardinali zelanti sostenere con grande animosità l’assoluta urgenza di eleggere un uomo capace di far svolgere alla S. Sede una fruttuosa opera di mediazione tra le potenze europee e di ristabilire il prestigio papale. “Pignatellisti”, “ottobonisti”, “altierani”, “odescalchini” e i Barberini si trovarono d’accordo sull’Albani: essi contattarono i francesi che, obiettivamente isolati, tentarono dapprima una timida dilazione cercando “d’intorbidare” l’unità del partito di centro con la proposizione di alcuni nomi e quindi, palesemente impotenti innanzi alla compattezza della proposta fatta sull’Albani, acconsentirono con qualche perplessità. In tale frangente al progetto politico del gruppo zelante si accompagnarono altri sentimenti ben vivi nel conclave, e si verificò una singolare coincidenza d’interessi. L’Albani venne assalito da dubbi di coscienza, sulla cui autenticità alcuni espressero riserve, circa la propria capacità a sostenere il peso del papato; e solo dopo aver consultato quattro teologi che gli illustrarono la “ratio praecipua” che lo obbligava ad accettare la tiara, acconsentì a divenire papa: la sua elezione, già decisa il 20 novembre venne pubblicata il 23 nov. 1700 ed egli assunse il nome di Clemente XI.

    CLEMENTEXIIn un’atmosfera in cui veniva assai enfatizzata l’unanimità del voto tutti sembravano favorevolmente impressionati per la scelta; figure tra loro lontane come il Casoni e il Fabroni sembravano essere entrambe soddisfatte: persino P. Quesnel si dichiarò incapace, per la scarsità di elementi a sua disposizione, di “faire son horoscope”. C. XI fu inoltre salutato da un “incredibile applauso” popolare, quantomai necessario in tempo di carestia, che fu anche ricercato con “molti esempi di pietà” e con continue e rigorose dichiarazioni di rispetto della bolla anti nepotistica “la quale però si potrebbe pigliare con interpretazione meno severa a giudizio dei più spassionati” (Gravina, Curia romana…, p. 67).

    Dopo aver garbatamente smentito la voce che voleva L. Casoni chiamato da Napoli alla segreteria di Stato, nominò in questa carica Fabrizio Paolucci. Tuttavia, questo spirito di fiduciosa attesa che si era creato intorno al papa non tardò ad essere travolto dall’incalzare degli avvenimenti che inequivocabilmente presero una piega assai pregiudizievole per il potere temporale del Papato. Infatti, il pontificato si aprì in un contesto internazionale gravido di conflitti: la successione al trono di Spagna e il riconoscimento, da parte delle principali potenze e del papa, di Filippo V come sovrano aveva aperto una vertenza inconciliabile tra la Francia e l’Impero: la protesta dell’imperatore Leopoldo I, le sue minacce sempre più esplicite di scendere in Italia e le vaste alleanze da lui conseguentemente ricercate anche con Stati protestanti avevano naturalmente innescato da parte di Luigi XIV preparativi bellici e manovre diplomatiche di segno contrario. Corrispondere al programma politico degli zelanti di emancipazione dai condizionamenti delle potenze volle dire per C. XI tentare di operare nel mantenimento di un rigido neutralismo. In tutto il primo anno di regno fu impegnato nella ricerca di un ruolo pacificatore tra le nazioni cattoliche e nel vano tentativo di tenere la guerra lontano dai territori italiani: queste ipotesi, che avevano la loro naturale premessa nel ritenere l’autorità pontificia capace di risorse tali da poter influenzare la lotta per l’egemonia europea, furono sviluppate dal papa con forme politiche assolutamente convenzionali.

    Quadro Papa Clemente XI-AlbaniIn realtà, privo di esperienza internazionale che non fosse quella assorbita nella corte romana, C. XI non seppe assolutamente valutare il fatto che la S. Sede non possedeva più gli strumenti diplomatici adatti e l’autonomia di apparato politico su cui fondare una strategia neutralista efficace. In secondo luogo, oltre all’eclatante manifestarsi di una intraprendente cultura e mentalità giurisdizionaliste degli Stati rivolte principalmente contro il potere ecclesiastico, il conflitto europeo aveva la sua immagine speculare nella stessa Curia ove, indubbiamente, i solidi e precostituiti partiti filo imperiale oppure franco spagnolo accentuarono ed evidenziarono l’insicurezza caratteriale del pontefice. Pertanto, il neutralismo da lui proposto, che poggiava sull’argomentazione consueta di quanto fosse pericolosa la divisione delle nazioni cristiane al cospetto dei Turchi, naufragò miseramente; così, il progetto di affidare i territori contesi alla garanzia di Roma o di qualche altro principe neutrale non venne mai preso seriamente in considerazione. Dopo aver tentato con numerosissimi brevi di sensibilizzare tutta l’Europa, e non ottenendo che la inefficace ed inservibile promessa di mediazione di Augusto II di Polonia, il papa, in preda ad un “orgasmo indicibile”, non riuscì ad impedire e nemmeno a ritardare che, nel maggio 1701 le truppe imperiali e francesi si riversassero in Italia. E ancora più rivelatore di fragilità politica fu il totale fallimento nei rapporti con le potenze italiane nel proporsi come polo intorno al quale organizzare una federazione neutralista.

    medagliaclementexi1700czk4Inevitabilmente, l’atteggiamento di C. XI andò progressivamente mutando in una crescente, e probabilmente sempre coltivata, propensione verso la Francia. In particolare, alcuni avvenimenti avevano scosso il papa e ne avevano incrinato il neutralismo: l’andamento favorevole ai Francesi della guerra in Italia, la violazione dei territori dello Stato della Chiesa e soprattutto la questione dell’investitura del Regno di Napoli che apparteneva di diritto al pontefice; egli, chiamato ad un pronunciamento da Madrid per Filippo V e da Vienna per Carlo d’Asburgo, volle temporeggiare nominando una congregazione di cardinali incaricata di stabilire l’effettiva legittimità. Lo scoppio della congiura di Macchia (settembre 1701) e, quindi, l’esplicitazione dell’importante consenso per il partito austriaco che era latente nella società, napoletana preoccuparono non poco gli ambienti di Curia: la rivolta, aspramente condannata nelle istruzioni correttamente eseguite dal nunzio Casoni e repressa prontamente dal viceré spagnolo, venne vissuta come un serio campanello d’allarme. Molti notarono che ai continui dissidi, che si placheranno temporaneamente nella primavera-estate del 1707, alle interminabili dispute sul mancato rispetto delle immunità e delle prerogative ecclesiastiche da parte dell'”autorità e violenza laicale”, si andava sovrapponendo una volontà politica imperiale che non esitava, nel quadro della sua strategia antifrancese, a fomentare la sedizione in territori adiacenti a quelli pontifici. Ciò determinò nell’animo del papa un inequivocabile senso di accerchiamento. Anche se non riconobbe ufficialmente Filippo V come re di Napoli, C. XI diede al suo filofrancesismo contorni sempre più netti con lo stipulare due trattati segreti con Luigi XIV, che concedevano libertà di transito alle truppe francesi nei territori dello Stato della Chiesa in caso di violazione della neutralità (ottobre 1701 e giugno 1702); quindi, nel condannare a morte un protetto dell’imperatore, il marchese Cesare del Vasto, e nell’affrettarsi a riconoscere il pretendente Giacomo III Stuart. In questo periodo egli raccolse in sostanza i suggerimenti dei cardinali francesi, capitanati dal Janson, e andò confermandosi nella convinzione dell’esecrabilità delle alleanze di Vienna con le potenze protestanti. In conclusione, dopo un timido tentativo di mediazione inadeguato ai problemi sollevati dalla guerra, la politica estera di C. XI, pur restando formalmente neutralista, era obiettivamente subordinata alla Francia.

    Nel gennaio del 1702, il papa inviò a Piacenza truppe al comando di Alessandro Aldobrandini in risposta all’occupazione imperiale di Parma: nel febbraio fece fortificare Ferrara e soltanto il naturale raffreddamento del conflitto nel teatro di guerra italiano rinviò momentaneamente lo scontro frontale con l’imperatore. Infatti, la morte di Leopoldo (5 maggio 1705) e l’elezione di Giuseppe I complicarono ulteriormente i rapporti tra quest’ultimo e la S. Sede. Il nuovo imperatore rifiutò il tradizionale atto di sottomissione al papa, e, deciso a considerare C. XI come un sovrano di un piccolo ed impotente Stato, mostrò subito di condividere l’opinione del suo rappresentante a Roma, conte Lamberg, il quale era convinto che “per ben governare i preti ci voglia la borsa ed il bastone” (Pastor, XV, p. 29). La situazione si aggravò a partire dal 1706 in coincidenza con le sconfitte dei Francesi: questi, dopo la battaglia di Ramillies (24 maggio) avevano perso il Brabante e una consistente porzione delle Fiandre, nel giugno l’arciduca Carlo d’Asburgo venne proclamato re di Spagna e la vittoria diTorino (7 settembre) del principe Eugenio di Savoia aveva consegnato praticamente tutta l’Italia settentrionale all’imperatore.cupola

    Assolutamente vane furono le proteste del papa per arrestare le malversazioni contro la popolazione civile delle legazioni di Ferrara e Bologna compiute dalle armate imperiali; inutile la debole resistenza nel vietare il passaggio delle truppe del generale austriaco Daun dirette verso il Napoletano: anzi, provocatoriamente, l’esercito imperiale passò a pochi chilometri da Roma e si andò vicini ad una rivolta filoaustriaca in città. Le incalzanti richieste di tributi a quasi tutti i territori italiani occupati, considerati feudi dell’Impero, e soprattutto la violazione dell’immunità fiscale del clero nel Parmense, gravato di una quota contributiva di guerra, fecero sì che C. XI censurasse le usurpazioni con un breve che, confermato nella successiva allocuzione concistoriale (1º agosto 1707), non ottenne alcun esito positivo. Anzi, la sua posizione si fece ancora più critica per le rappresaglie provocate dal mancato riconoscimento di Carlo d’Asburgo come legittimo re di Spagna: dalla primavera del 1708 a Napoli e nel Milanese furono confiscate le rendite ecclesiastiche vacanti e vennero bloccate le esportazioni di denaro verso Roma e, infine, il 24 maggio 1708 venne occupata militarmente Comacchio, preziosa per le saline e le peschiere. Il papa protestò energicamente. Nel settembre dello stesso anno, senza nemmeno contare su un parere unanime in Curia, si decise a fronteggiare con le armi Giuseppe I, sostenuto in questa sua utopica risoluzione da Luigi XIV che, strumentalmente, ipotizzava una lega dei principi italiani. Una volta che il maresciallo Tessé verificò l’impraticabilità di un’alleanza in Italia, soprattutto per la consueta e prevedibile indisponibilità dei Veneziani, C. XI si ritrovò solo con un esercito raccogliticcio e costoso di 25.000 uomini al comando di L. F. Marsigli che non poté certo impedire che l’esercito nemico invadesse il Bolognese, la Romagna e si attestasse a Faenza (novembre 1708).

    Tuttavia, l’imperatore pago e reso più prudente dall’intensificarsi dell’azione diplomatica francese, volle aprire una fase di trattative a Roma condotte dal marchese di Prié. Il 15 genn. 1709, proprio allo scadere dell’ultimatum, il papa fece firmare al Paolucci un accordo che lo costringeva a disarmare le truppe, a riconoscere come re di Spagna Carlo d’Asburgo, che aveva già fissato la sua residenza in Barcellona, a concedere il libero transito per Napoli, a formare una commissione per una risoluzione amichevole del conflitto sul feudo di Comacchio ottenendo in cambio la promessa di sospendere gli editti più lesivi per la Sede apostolica, tra cui quello del blocco delle esportazioni valutarie a Roma, un graduale risarcimento delle contribuzioni di guerra e una progressiva smobilitazione delle truppe imperiali dai territori dello Stato della Chiesa.

    L’accordo stipulato provocò l’immediata reazione di Filippo V che, del resto, andava già da tempo favorendo le tendenze gallicane della sua corte e modellando l’assetto statale secondo principi fortemente centralizzati ed assolutistici, che prevedevano una generalizzata limitazione delle prerogative ecclesiastiche con speciale riguardo alla tassazione del clero e alla soppressione del tribunale inquisitoriale. Il riconoscimento ufficiale di Carlo d’Asburgo da parte del pontefice (14 ott. 1709), seguito, come venne notato, alla sconfitta francese di Malplaquet (11 settembre) e alla revoca delle ordinanze contro Roma, ebbe il suo prezzo nella rottura delle relazioni diplomatiche con Madrid; la nunziatura madrilena venne serrata, le rendite ecclesiastiche sequestrate e proibite relazioni di qualunque genere con Roma. La S. Sede rispose con l’istituzione di una nunziatura a Barcellona, che venne prima preparata con l’invio di un prete mediocre ed opportunista, Giuseppe Lucini, e poi, dal luglio 1711 al maggio 1713, venne ufficialmente occupata da Giambattista Spinola.

    Insomma, C. XI concesse molto a Carlo d’Asburgo e incredibilmente si ostinava a considerarlo un possibile “avvocato” dei diritti pontifici mentre era universalmente nota la protezione da lui accordata a Napoli all’attivissima corrente di cui erano esponenti di primo piano l’Argento, il Grimaldi, il Ricciardi e il Caravita, prolifica di scritti fortemente anticurialisti. In realtà, questo riconoscimento, privo di vantaggiose contropartite, accentuò il clima di guerra politica ed ideologica tra Roma e la Spagna regalista di Filippo. Circa le nomine dei vescovi, il papa rifiutò sempre l’istituzione canonica ai nominativi proposti da Filippo e sospese a divinis l’uditore di rota Giuseppe Molines, vero rappresentante della volontà del re a Roma, e lo privò delle rendite ecclesiastiche: il 27 ott. 1711, d’un sol colpo, annullò con un breve tutti i decreti di Filippo V considerati lesivi per la S. Sede.

    Intanto, nemmeno i rapporti con l’imperatore si rasserenarono: il nipote Annibale Albani venne inviato nel 1709 a Vienna dove, incaricato di difendere ad oltranza i diritti feudali del papa sul ducato di Parma e Piacenza e sul Regno di Napoli, ottenne soltanto un formale riconoscimento sul possesso pontificio di Comacchio senza che ne avvenisse la restituzione; quindi, si recò a Dresda per ottenere l’abiura dal luteranesimo del principe ereditario Federico Augusto di Sassonia. La nuova situazione determinata dalla morte di Giuseppe I (17 apr. 1711) e dall’approssimarsi della conclusione della guerra di successione, fu un’ulteriore riconferma dell’impotenza della S. Sede. L’eccitabile nipote non venne neanche ammesso alla Dieta di Francoforte e la sua missione risultò irrilevante e mortificante (L. Jadin, Correspondance du baron Karg de Bebenbourg…, I, Bruxelles-Rome 1968, pp. 502-517): dopo un timido impegno a sostenere la reintegrazione dei due Wittelsbach, l’uno principe di Baviera e l’altro arcivescovo e principe di Colonia, a Roma si favorì l’elezione dell’arciduca Carlo nella speranza di una disponibilità riconoscente, ma soprattutto per la impossibilità d’impostare una qualunque strategia alternativa svincolata dai ricatti imperiali o dalle sospette e strumentali promesse di Luigi XIV. Quando si aprì la stagione dei grandi trattati di pace, i segni di decadimento divennero ancora più manifesti, specie nella vicenda diplomatica di D. A. Passionei.

    Questi, già rappresentante pontificio ai preliminari dell’Aia, ad Utrecht (gennaio 1712) non venne nemmeno riconosciuto come diplomatico plenipotenziario. Gli obiettivi principali del papa restavano innanzitutto il mantenimento dell’articolo quarto del trattato di Rijswijk a garanzia dei diritti dei cattolici nei territori ceduti dopo il 1702 e la difesa ad oltranza della sovranità pontificia sui feudi italiani: incurante delle perplessità del Passionei, che sicuramente aveva più senso tattico, C. XI non lesinò al suo rappresentante richiami alla fermezza con i riformati che irrigidirono alquanto le trattative e ridussero a zero gli spiragli di successo. Mezzi collaudati e tradizionali, come l’assenso al cappello cardinalizio di Polignac, richiesto da Luigi XIV, non bastarono certo a mascherare smacchi più gravi: il papa non riusciva a riunire in un fronte omogeneo, in difesa delle sue richieste, due potenze cattoliche come la Francia e la Spagna: il risultato fu l’emarginazione assoluta dalla conclusione delle trattative (11 apr. 1713). I diritti dei cattolici furono condizionati dalla ragione di Stato, i potentati protestanti inglesi e prussiani uscirono rafforzati, la Sicilia passò al duca di Savoia senza che il pontefice venisse nemmeno interpellato; infine, la famosa clausola di Rijswijk, nonostante le ripetute sollecitazioni papali a Luigi XIV, un tempo addirittura autore della stessa ma nell’occasione disinteressato al problema, venne svuotata di valore: e solo nella pace di Rastadt (6 marzo 1714), in cui il papa non era rappresentato, venne miracolosamente riesumata e protocollata. A Baden, dove si sarebbe formalizzata la pace, C. XI, dopo qualche perplessità per via di una presunta duttilità nei confronti del mondo riformato, riconfermò il Passionei, che riuscì a spuntarla su alcune richieste pontificie più praticabili: la clausola citata fu mantenuta, i principi di Baviera e Colonia reintegrati nella loro dignità elettorale, mitigati gli effetti del recesso confessionale del conte palatino Giovanni Guglielmo, conservati i diritti esistenti nei territori neerlandesi passati sotto l’egida imperiale. Tutte le altre richieste vennero eluse: la pace di Vestfalia confermata, nonostante l’anacronistica riproposizione della bolla Zelo Domus della successione inglese riconosciuta agli Hannover così come il titolo reale alla Prussia: ovviamente ogni diritto di sovranità feudale invocato da Napoli alla Sicilia venne ignorato. Il pontefice, il 21 genn. 1715, in un’allocuzione concistoriale che si può considerare come un bilancio dei fallimenti politici del suo pontificato, illustrò molto sinteticamente e onestamente l’esito della missione diplomatica; e un mese dopo, volendo offrire un patetico segno di virilità curiale e iniziando un’ennesima, interminabile vertenza, revocò il privilegio di “Monarchia sicula” che l’amministrazione giudiziaria anticuriale di Vittorio Amedeo non aveva preso in considerazione sin dal suo insediamento.

    C. XI, consapevolmente legato ad una visione universalistica del Papato che gli proveniva dalla sua formazione curiale, ritenne di riscattare la caduta del suo prestigio internazionale riproponendosi come inevitabile animatore di una lega cristiana contro il Turco. Credette così di cogliere l’occasione politica e religiosa su cui rifondare un ruolo centrale della S. Sede in grado di contribuire al superamento delle divisioni tra le potenze cattoliche. Ma l’intenso lavorio diplomatico risultò sproporzionato agli esigui risultati raggiunti ed evidenziò maggiormente la profondità della crisi: i paesi cattolici europei fecero della difesa contro il Turco uno strumento per aumentare le loro pretese e per consolidare la loro politica anticuriale.

    Dopo la dichiarazione di guerra del sultano a Venezia (dicembre 1714), l’inviato pontificio Marcolini ed il nunzio Spinola furono accolti freddamente dall’imperatore, il quale rimase impassibile alle sollecitazioni sino a quando, caduta la Morea, il papa non accordò il permesso di levare la decima per tre anni in tutti i territori imperiali d’Oltralpe, versò 200.000 fiorini come anticipo e s’impegnò a garantire che i possedimenti italiani non venissero nel frattempo aggrediti. Queste misure, pur creando un precedente fiscale assai compromettente, contribuirono nel 1716 alla stipulazione dell’alleanza difensiva con la Repubblica di S. Marco, alle importanti vittorie del principe Eugenio a Petervaradino e Temesvar e l’anno seguente alla conquista di Belgrado.

    Parimente, nel 1716, la flotta raccolta dal papa era riuscita a liberare Corfù dall’assedio turco e sull’onda di questo parziale successo fu formata una congregazione speciale che razionalizzò ulteriormente la concentrazione di forze e curò l’allestimento di difese idonee sulle coste adriatiche; furono compiuti ulteriori sforzi finanziari: 100.000 fiorini-oro vennero versati a Venezia e l’imperatore fu autorizzato ad una tassazione straordinaria del clero di 500.000 scudi a Milano, Napoli e Mantova.

    I rapporti ispano-pontifici dal 1715 al 1720 manifestarono ancor più la scarsa avvedutezza politica di C. XI. Ad un’iniziale indifferenza seguì nel febbraio 1716 l’offerta di aiuti navali e terrestri, questi ultimi destinati alla difesa dei territori pontifici e pertanto particolarmente sospetti all’imperatore. Non potendo confidare troppo sul nunzio P. Aldrovandi, in fondo più incline aMadrid che a Roma, né il pontefice, né i suoi collaboratori colsero la complessità del disegno politico che condizionava l’impegno spagnolo contro i Turchi e la normalizzazione dei rapporti con la S. Sede, sopravalutando il peso dell’Alberoni e di Elisabetta Farnese. Le contraddizioni irrisolte causarono momenti di tensione, il cui dato costante fu l’insicurezza di Roma e la sua scarsissima capacità d’informazione. Nel giugno 1717 fu fissata una sorta di progetto di concordato tra la Spagna e il papa: in esso, apparentemente un’inversione alla tendenza regalista del Macanaz e al progetto di ricostruzione finanziaria della monarchia, in cambio di un incondizionato riconoscimento dei diritti della Chiesa spagnola si concedeva il permesso di tassare il clero per 150.000 ducati in un quinquennio per finanziare la partecipazione della Spagna alla guerra antiturca. L’Alberoni, stimatissimo dal pontefice e ritenuto fedele agli interessi della Chiesa, e in realtà contrario al partito della guerra contro l’Impero solo per motivi di opportunità, venne creato cardinale ed elogiato pubblicamente il 12 luglio 1717, appena quattro giorni prima che la flotta spagnola occupasse rapidamente la Sardegna.

    C. XI, incalzato dalle inevitabili critiche e accuse di connivenza da parte di Vienna, domandò invano a Filippo V l’evacuazione immediata dell’isola e scrisse, pateticamente e ricercandone l’appoggio, anche a Francesco Farnese che era stato uno dei maggiori fomentatori dell’impresa: quindi, cercò di tacitare la diplomazia imperiale, che esigeva una nuova rottura diplomatica con Madrid, con la promozione del Czacki a cardinale. Il 26 ag. 1717 volle ratificare il concordato con la Spagna, cassandone però tutta la capitolazione riguardante le contribuzioni ecclesiastiche e le relative concessionierifiutò, indispettito, di concedere all’Alberoni l’arcivescovado di Siviglia sebbene gli avesse confermato quello di Malaga. Il re, non interrompendo il suo piano bellico diretto contro la Sicilia, reagì chiudendo il tribunale della nunziatura e procedendo al sequestro di alcuni beni ecclesiastici. Alla caduta dell’Alberoni, capro espiatorio dell’inopportuno espansionismo spagnolo, e alle trattative che seguirono, il pontefice cercò ancora di rasserenare i rapporti con le potenze; a Vienna tuttofu inutile: i consueti dissidi di sovranità rimasero tali, e solo un ennesimo riconoscimento della libertà di transito e la nomina a nunzio delloSpinelli, notoriamente ben accetto all’imperatore, permisero la riapertura della nunziatura. L’indresso di Filippo V nella Quadruplice alleanza (20 genn. 1720) facilitò invece un parziale appianamento che venne formalizzato in un accordo (11 marzo 1721) che ripristinava gli indulti e stabiliva l’evacuazione della Sardegna: inoltre, fece istruire, il 23 maggio 1720, da parte di una congregazione cardinalizia un processo all’Alberoni simultaneo ai procedimenti giudiziari aperti a Toledo e a Piacenza.

    Se dal punto di vista dell’esercizio dell’autorità temporale il pontificato fu un susseguirsi di incertezze e fallimenti, ben altro fu il peso dell’azione papale nella sfera religiosa e dogmatica. L’avvento di papa Albani interruppe il trentennio di relativo assopimento delle controversie dottrinarie garantito dalla “pace della Chiesa” di Clemente IX (1669) e segnò l’inizio di un progressivo irrigidimento della Curia romana nel perseguire i giansenisti.

    Tuttavia, la consapevolezza che l’inflessibilità fosse l’unica scelta praticabile nell’affrontare il problema maturò lentamente nell’animo del pontefice. Infatti, appena eletto, egli riteneva ancora possibile, per intima convinzione o forse per abitudine alla linea seguita dai suoi predecessori, ricomporre l’unità della Chiesa intorno ad un disegno curiale di assoluto rispetto dell’ortodossia postridentina in grado di rinnovare l’immagine spirituale e giuridica del papa. Ed inseguire questo progetto significò nei primi due anni di pontificato ricercare un difficile equilibrio tra quelle tendenze, presenti soprattutto all’interno della Compagnia di Gesù, che volevano accelerare i tempi della rottura e quanti viceversa propugnavano una rigenerazione romana conquistata con il rigore delle scelte morali e religiose e con un’apertura maggiore con la multiforme realtà ecclesiastica europea, ivi compresi gli ambienti considerati vicini al giansenismo. C. XI non aderì mai a quest’ultima posizione, pur avvertendone talvolta il fascino con la coscienza che essa godeva di un non trascurabile seguito e, probabilmente, coltivando la segreta speranza di una naturale docilità ed estinzione del fenomeno giansenista. Ciò potrebbe spiegare il carattere enigmatico dei primi tre anni di pontificato come quando, in contrasto con i desideri di Luigi XIV e a rivendicazione dell’autonomia delle scelte di Roma, volle richiamare in Curia Lorenzo Casoni, nunzio a Napoli e principale esponente della corrente conciliante nei confronti del giansenismo, per nominarlo assessore del S. Uffizio (gennaio 1702) quasi a voler contenere il crescente potere di monsignor Fabroni, principale esponente degli intransigenti e segretario della Propaganda Fide. Però, che quest’ultimo fosse capace di un’influenza decisiva sul pontefice cominciò ad essere evidente nel maggio 1702, quando C. XI acconsentì, pur essendone stato un estimatore, alla destituzione di P. Codde dal suo incarico di vicario apostolico olandese perché accusato di favorire e sostenere opinioni gianseniste. A questo giudizio, prima avvisaglia di una lunga vertenza, fecero seguito un forte intervento degli Stati generali in favore del Codde e, poco dopo, il rifiuto da parte dei capitoli di Utrecht e di Haarlem di riconoscere il sostituto nominato da Roma, Teodoro de Cock: nell’agosto 1702 avevano inizio le ritorsioni anticuriali e colpirono particolarmente i gesuiti. Inoltre, la spontanea e crescente aggregazione di fermenti gallicani e giansenisti inFrancia, favorita dalla nomina ad arcivescovo di Parigi di L. A. de Noailles, destinato a divenire il capo indiscusso della resistenza antipapale, e le conseguenti e vigorose pressioni dei partiti antigiansenisti romani preclusero al papa ogni velleità di composizione del dissidi e lo spinsero ineluttabilmente a optare per la repressione inquisitoriale. Informatocirca le polemiche sollevate dalla pubblicazione del Cas de conscience del Périer e della sentenza favorevole di quaranta dottori della Sorbona sulla legittimità del “silenzio rispettoso”, C. XI condannò l’opuscolo con il breve Cum nuper (12 febbr. 1703): quest’atto segnò veramente l’abbandono della tattica prudenziale del papa, e diversi elementi congiurarono nelconfermarlo in questa sua scelta. Innanzitutto, Luigi XIV, sebbene non molto ferrato in materie teologiche ma sottoposto alla martellante campagna del confessore gesuita Le Tellier e di madame de Maintenon, aveva comunque intravisto i risvolti politici antiassolutistici che si potevano celare dietro le rivendicazioni gallicane e gianseniste: egli richiese, incapace di risolvere la questione o ritenendo inopportuno un suo intervento diretto, che a Roma fosse emanata una costituzione che ponesse fine alle dispute. Secondariamente, l’internunzio delle Fiandre G. B. Bussi relazionava accuratamente al papa l’aggravarsi delle ostilità e la diffusione massiccia delle teorie gianseniste specie dopo il rientro del Codde in Olanda. Infine l’8 giugno 1703, l’arcivescovo di Malines, il fedelissimo Humbert de Precipiano, scriveva a Roma per informare dettagliatamente sull’esito dello spoglio sistematico, a cui era stata destinata un’équipe di gesuiti, del materiale sequestrato a P. Quesnel al momento del suo arresto, che rivelava un quadro assai esauriente delle ramificazioni del giansenismo, delle protezioni e delle coperture di cui godeva dai Paesi Bassi alla Francia e nella stessa Roma. Sebbene la documentazione sia introvabile, è lecito supporre, alla luce degli avvenimenti successivi, che l’episodio costituì un’importante svolta nella lotta contro i giansenisti: C. XI, consapevole che ormai dietro al Quesnel non vi era soltanto una ristretta e fragile pattuglia di teologi ma un movimento potente e organizzato all’interno dellaChiesa, si decise alla più totale intransigenza. Pertanto, per un verso convinto dell’urgenza di un fermo pronunciamento sul “caso di coscienza” e dall’altro preoccupato dalle notizie che il nunzio F. Gualtieri forniva da Parigi circa la diffusa insofferenza alle decisioni romane nei Parlamenti, nella Sorbona e nell’opinione pubblica, emanò la bolla Vineam Domini Sabaoth (15 luglio 1705).

    Nella bolla furono confermate le costituzioni di Innocenzo X e Alessandro VII: venne sostanzialmente accolta la bozza di Fabroni contro cui risultarono vani i tentativi di mediazione dei prelati più sensibili e preoccupati delle inevitabili polemiche interpretative che avrebbe determinato. Il papa, che aveva attivamente partecipato alla stesura della bolla, credette ingenuamente di aver sgombrato il campo da ogni equivoco sulla questione del silenzio rispettoso e di aver implicitamente riaffermato il supremo magistero del vicario di Cristo. In verità, la pubblicazione della Vineam Domini agì da cassa di risonanza e fu l’occasione per i giansenisti di dispiegare la loro forza: inoltre, la bolla, pur formalmente accettata, venne nei fatti pressoché ignorata e determinò una minacciosa riaffermazione delle proposizioni gallicane. Il 21 ag. 1705 dall’Assemblea del clero di Francia vennero ribaditi con forza i principi episcopalisti in materia di giudizio intorno a questioni dottrinarie e di accettazione delle decisioni papali. C. XI volle rispondere con un breve (15 genn. 1706) per ridimensionare il tono assunto dai vescovi francesi, ma lo scarso effetto scaturito da quest’azione lo convinse a ripiegare in un atteggiamento più prudente.

    La polemica riprese con vigore il 13 luglio 1708 con il breve Universi dominici gregis che condannava le Réflexions morales del Quesnel, fuggito in Olanda, il quale era considerato reo di aver utilizzato la proibitissima traduzione della Bibbia di Mons e di sostenere proposizioni esplicative gianseniste. Con questo intervento censorio il papa assecondò gli ambienti zelanti del clero francese e soprattutto i desideri del Fénelon che aveva riannodato i legami con la S. Sede. In Francia il breve incontrò vivissime resistenze tanto negli ambienti parlamentari che ecclesiastici. In particolare, Luigi XIV si dimostrò timoroso di un’insanabile spaccatura del clero francese e fece nuovamente appello al papa assicurando che un giudizio definitivo di Roma sarebbe stato imposto facilmente dall’autorità reale. Ed anche in questo frangente C. XI si dimostrò esitante poiché avvertiva i rischi di una sconveniente politicizzazione di una controversia sostanzialmente religiosa, demandando alla monarchia la difesa e l’applicazione delle decisioni pontificie nell’irritabile universo gallicano. Con il tempo, sia per l’abile azione del cardinale francese J. E. de La Trémoille, sia per le sempre più irritanti prese di posizione dell’arcivescovo di Parigi, si risolvette, nel giugno 1712, a riunire una commissione di teologi che comprendeva in posizione dominante, tra i membri scelti dalle varie scuole teologiche, il domenicano Tommaso Maria Ferrari, il gesuita Alfaro e l’onnipresente Fabroni. Nella complessa fase preparatoria, il pontefice, soggetto a svariatissime pressioni, si dimostrò inflessibile nell’ignorare due lettere giustificatorie inviategli dal Quesnel in persona (22 luglio e 22 settembre) e si preoccupò, nel maggio 1712, d’inviare come nunzio presso Luigi XIV M. C. Bentivoglio d’Aragona, accanito difensore delle tesi romane e insieme gradito a Versailles, con il precipuo incarico di preparare il terreno all’accettazione della bolla. Le superficiali valutazioni di quest’ultimo sulla consistenza dei potenziali oppositori, il consueto trionfalismo del vecchio Luigi XIV e l’assenza di ogni serio elemento di mediazione in Curia dopo l’invio del Casoni a Ferrara e a Bologna, favorirono nel corso del 1713 quanti premevano sul papa per rimuovere ogni esitazione e giungere con urgenza ad una decisione finale. Dopo ventitré riunioni (9 febbraio-25 ag. 1713) della Congregazione del S. Uffizio, avvenute alla presenza attiva e costante di C. XI (ormai completamente conquistato al fanatismo antigiansenista del Fabroni, vero propulsore dei lavori), si giunse all’estrapolazione di cento e una proposizioni delle Réflexions morales che vennero raccolte e condannate solennemente nella bolla Unigenitus del Filius, pubblicata l’8 sett. 1713.

    In essa frutto di un oculato esame inquisitoriale che scompose e ricompose l’ordine delle affermazioni per meglio dimostrarne l’erroneità e non di una superficiale analisi (come sosterranno più tardi gli oppositori), si insisteva particolarmente sulla ingannevole e pericolosa leggibilità dell’opera.

    C. XI fu notevolmente sorpreso e seccato nel constatare che in Francia si erano rimessi in moto gli stessi meccanismi anticuriali del 1705: ad onta delle assicurazioni del re, anch’egli spiazzato dagli eventi che contraddicevano le previsioni di un accoglimento docile ed unanime, la pubblicistica giansenista si scagliò vigorosamente contro la bolla definita “affreux decret”, “ouvrage du diable”, o “essai des tentations de l’Antéchrist” e persino i libertini non mancarono d’intervenire con una infinità di “satires” e “vaudevilles” in un contesto polemico in cui, a detta dello stesso Quesnel, “la fureur versifiante passa toutes les bornes”. Nell’Assemblea del clero conclusasi il 4 febbr. 1714 con l’accettazione della bolla, Noailles votò insieme ad altri otto vescovi contro la sottomissione al papa e per la richiesta di un’ulteriore spiegazione; inoltre, seri contrasti si ebbero al momento della registrazione al Parlamento di Parigi (15 febbraio) e alla Sorbona (10 marzo) e, sebbene la bolla venisse pubblicata in centododici diocesi su centoventisei, grazie anche al sostegno di Luigi XIV, l’opposizione restava ben tenace.

    Il papa, la cui infallibilità veniva messa apertamente in discussione dall’agguerrita pattuglia di teologi giansenisti impegnati nella dimostrazione della conformità delle asserzioni quesnelliane con i padri della Chiesa, non accettò di continuare una rischiosa diatriba dottrinaria e reagì con una ben più semplice serie di minacciosi brevi di richiamo all’ordine e al rispetto della S. Sede, unica depositaria delle verità dogmatiche. In questo periodo, di fronte al manifesto fallimento della strategia del rigore e non senza riserve mentali, accettò il progetto di Fénelon, sostenuto a Roma da un’ambasciata apposita dell’Amelot, di ricorrere ad un concilio nazionale che, esclusi i vescovi ribelli, ricomponesse l’unità della Chiesa francese. Resa impraticabile questa soluzione per la morte dello stesso Fénelon (6 genn. 1715) e del re Luigi XIV (1º sett. 1715), la situazione andò notevolmente peggiorando. Infatti, l’avvento del reggente Filippo d’Orléans aveva aperto nuovi spazi per la propaganda giansenista e stimolato l’azione del vescovi ribelli: Noailles venne posto alla presidenza di un rivalutato “Consiglio di coscienza” e lazzaristi, sulpiciani e gesuiti, privi della protezione monarchica furono soggetti a persecuzioni. In preda ad un’impotente amarezza, C. XI rispose con il silenzio alle ripetute richieste di nuovi pronunciamenti esplicativi della bolla e ai vari tentativi di mediazione del volenteroso gesuita Lafitau e dell’abate Chevalier, rappresentante diplomatico del reggente fortemente sospetto di filogiansenismo. Fermamente, perseverò nel ricusare ogni dialogo con i disobbedienti: il 27 giugno 1716 riaffermò in un concistoro il valore del supremo magistero papale dimostrandosi disposto soltanto a discutere i tempi della privazione della porpora al Noailles e a stabilire un ultimatum per un’accettazione incondizionata della Unigenitus.

    In questo clima, per la verità assai condizionato dal suo umore, volle interpellare sulla questione tutti i membri del Sacro Collegio residenti a Roma, quasi a voler testimoniare e verificare la saldezza di un consenso generale per le sue scelte: in effetti, i cardinali, tranne timide e problematiche eccezioni (soprattutto Casoni) sulla linea intransigente, si accodarono perfettamente alla volontà papale. Nel novembre una nuova serie senza esito di lettere apostoliche respingevano ogni compromesso, incoraggiavano i vescovi fedeli e privavano la facoltà di teologia della Sorbona dei privilegi papali in rappresaglia alla ritrattazione della accettazione forzata della registrazione della bolla. In una situazione di totale incomunicabilità, la risposta degli oppositori non si fece attendere: il 5 marzo 1717, quattro vescovi, Joachim Colbert di Montpellier, Pierre de Langle di Boulogne, Pierre de La Broue di Mirepoix, Jean Soanen di Sénez resero noti durante un’assemblea di sorbonisti il loro radicale rifiuto della bolla e l’appello al concilio ecumenico ottenendo la massiccia ed entusiastica adesione degli astanti. Puntuale, con una monotona assenza di senso tattico e senza afferrare la vera dimensione delle possibilità offerte dal progressivo allontanamento di Filippo d’Orléans dagli oppositori, allarmato dalla diffusione delle dottrine richeriste nel basso clero, C. XI comandò ancora una volta l’azione inquisitoriale. L’8 marzo 1718, il S. Uffizio condannò l’appello, fatto proprio nel frattempo anche dal Noailles, e una congregazione cardinalizia (a cui collaborarono Giudice, Casoni, Paolucci, Fabroni, Tolomei e Ottoboni) giunse alla composizione della bolla Pastoralis officii (28 ag. 1718). Pur senza nominarli, la bolla scomunicava i vescovi “appellanti” e costituì una violenta requisitoria contro tutte le istanze episcopaliste, conciliariste e giurisdizionaliste: scarsamente osservata, essa fu l’ultimo atto significativo del papa prima che il conflitto, dopo un’ennesima impennata della tensione susseguente alla pubblicazione in Francia, passasse definitivamente nelle mani del reggente. Inoltre, verso la fine del suo pontificato C. XI assistette alla progressiva saldatura tra il capitolo di Utrecht e gli Stati generali nella resistenza a Roma; e dai territori dei Paesi Bassi passati sotto l’egida imperiale, il card. Thomas-Philippe d’Alsace, arcivescovo di Malines, gli inviava pessime notizie circa le grandi difficoltà nel perseguire gli oppositori della bolla per la protezione loro accordata e la complicità delConsiglio di Stato del marchese di Prié. Stanco e malato, sebbene l’offensiva antipapale sembrasse a lui inarrestabile, non volle mai recedere dalle posizioni precedentemente assunte sulle violazioni del potere civile e su un’accettazione sic et simpliciter delle decisioni romane.

    Coerentemente al personaggio sin qui delineato, l’interiore imperativo di far valere l’autorità pontificia si esplicitò anche e soprattutto nell’impegno profuso nella “dilatazione del culto” e nell’evangelizzazione dei popoli: una visione assai centralizzata e planetaria dell’azione missionaria improntò tutti gli sforzi operati da C. XI nel sostenere la sempre più potente Congregazione di Propaganda Fide. Negli anni del suo pontificato l’organizzazione delle missioni conobbe momenti di grande slancio a cui non corrispose un’adeguata diffusione del cristianesimo, che anzi segnò una battuta d’arresto.

    Nel mondo riformato dell’Europa del Nord, venne istituito un vicariato dell’Alta e Bassa Sassonia sotto la guida di Agostino Steffani e la grande campagna di conversioni, mediocre nei risultati, produsse – come si è detto – il successo più importante nell’abiura del principe ereditario Federico Augusto di Sassonia (poi Augusto III di Polonia); nell’Europa balcanica, in Russia e nel Medio Oriente si tentò con ogni mezzo di raggiungere l’unità delle Chiese cristiane e di contenere le persecuzioni contro i cattolici, laddove si verificarono (come in Moscovia); in Africa, preclusa ogni possibilità d’intervento nel mondo islamico e svanito un progetto di unione con la Chiesa abissina, il papa riconobbe come re del Congo Pedro IV d’Agua Rosada in un perfetto esempio di collaborazione con il potere civile, impegnato dal 1704 al 1706 nella repressione del movimento nazionalistico e scismatico degli “Antoniani” guidato dalla visionaria Beatrice “Chimpa Vita”. Tuttavia, decisiva fu l’azione di C. XI circa le sorti delle missioni dell’Estremo Oriente, quando tentò di porre fine all’annosa controversia sui riti cinesi.

    Né gli interventi di Innocenzo X (1645), Alessandro VII (1656) e Clemente IX (1669), né le conferenze tenute tra i missionari a Canton (1667-1668) per unificare i metodi di evangelizzazione sul rispetto degli usi locali, erano riusciti a fugare l’animosità che contrapponeva i missionari della Propaganda Fide, fortemente ortodossi e in gran parte appartenenti agli Ordini mendicanti, alla maggioranza dei missionari gesuiti che, influenzati dal probabilismo e fedeli ai dettami dello scomparso padre Ricci, confidavano nelle possibilità aperte dalla compenetrazione tra la dottrina cristiana e il monoteismo confuciano e sostenevano la necessità di consentire ai cristiani la partecipazione a cerimonie peculiari della tradizione cinese. Questa controversia, a cui facevano sfondo una sorda lotta per il monopolio delle missioni e un attrito sempre più manifesto tra i vicariati apostolici e il real padroado portoghese che si spartivano il territorio cinese in sfere d’influenza, divenne addirittura incandescente quando nel 1692 l’editto di tolleranza dell’imperatore K’ang-hsi, il “Luigi XIV della Cina”, determinò un legittimo ottimismo sul destino della diffusione del cristianesimo in Cina. E non a caso l’anno seguente monsignor Charles Maigrot, vicario apostolico del Fukien, condannò in una memorabile lettera pastorale il culto di Confucio, degli antenati defunti ed altre cerimonie proibendoli ai cristiani perché superstiziosi e pagani: egli respinse in blocco tutta la gamma delle posizioni gesuitiche, da quella dei gesuiti del padroado che permettevano quei riti in quanto civili e non religiosi a quella, particolarmente bene accetta negli ambienti imperiali, ben più erudita e suggestiva dei gesuiti figuristi e matematici della missione francese (Bouvet, Gerbillon, Foucquet) che cercavano nello studio dei testi classici della filosofia cinese, in primo luogo nell’Yi-King, segni anticipatori di una rivelazione primitiva e affinità con la filosofia cristiana.

    Una volta eletto C. XI, la condanna della facoltà di teologia della Sorbona delle tesi gesuitiche e quindi la dichiarazione dello stesso imperatore K’ang-hsi che, all’opposto, accoglieva le ragioni dei gesuiti nel considerare il culto confuciano politico e non religioso resero indilazionabile una risoluzione romana. Quindi, nel luglio 1702 C. XI emanò il breve Speculatores Domus Israel con cui restava stabilito l’invio nelle Indie e in Cina di Ch.T. Maillard de Tournon come visitatore apostolico e legato a latere per sanare i dissidi ed informare correttamente la S. Sede “perché sulle troppo contrarie relazioni venute di colà non si potevano ben chiarire i fatti” (Muratori, Annali d’Italia, XII, p. 11).

    In verità già scegliendo il Tournon, pochissimo dotato della duttilità e dell’abilità necessarie per un’impresa del genere, C. XI rivelava di aver seguito i prediletti criteri accentratori fidando sul significato risolutore di un intervento autorevole della S. Sede per unificare la direzione e i metodi delle missioni secondo la volontà di Roma, per stabilire relazioni dirette tra il papa e gli imperatori sinomancesi e per rafforzare conseguentemente i vicariati apostolici. In secondo luogo vi fu l’urgenza di una risposta semplice e tradizionalista che ponesse fine alla questione dei riti per ricondurre la discussione da un piano genericamente filosofico ad un piano specificamente liturgico-religioso riservato in ultima istanza alla decisione del papa. Perciò, dopo aver raccolto un’enorme mole di memoriali, sommari, sottoscrizioni e dopo aver affidato dal gennaio 1704 tutta la vertenza alla Congregazione del S. Uffizio (formata da Carpegna, Marescotti, Spada, Nerli, Panciatici, Ferrari, Gabrielli, Sperelli e Ottoboni) senza però tralasciare di partecipare, al solito, di persona a numerosissime sedute, confermò nel novembre 1704, aggravandole, tutte le condanne della pastorale del Maigrot con il decreto Cum Deus Optimus.

    Il Tournon, dopo una sosta a Pondichéry in cui decretò l’inammissibilità dei riti malabarici (1704) che verrà confermata da Roma nel 1712, era giunto in Cina nell’aprile 1705: qui si era irrimediabilmente urtato con l’imperatore e con i gesuiti di corte fallendo grossolanamente nella sua opera per l’istituzione di una nunziatura e per la nomina di un solo superiore per tutti i missionari residenti nel territorio cinese; anzi, alla sua pubblicazione ufficiale del breve avvenuta a Nanchino all’inizio del 1707 si contrapposero i veti di K’ang-hsi alle risoluzioni romane di ogni genere e l’instaurazione obbligatoria di un permesso imperiale, il p’iao, per tutti gli europei che intendessero soggiornare in Cina. Eppure, nonostante l’inizio della persecuzione, il disastro della missione di Tournon (nel frattempo esiliato a Macao dall’imperatore con la complicità di Giovanni V di Portogallo), la scarsissima sottomissione alle disposizioni romane che sollevarono un’ondata di proteste, il papa fu irremovibile. A conferma della soddisfazione per l’operato del Tournon lo promosse cardinale il 1º ag. 1707 e il 25 sett. 1710 fece confermare la proibizione precedente con l’aggiunta del divieto di pubblicare libri sull’argomento e ottenendo anche una formale sottomissione dell’assemblea dei rappresentanti della Compagnia di Gesù. Tuttavia, ancora insoddisfatto per le frequenti informazioni sulle enormi difficoltà applicative ed interpretative che incontravano le sue decisioni, pubblicò la costituzione Ex illa die (19 marzo 1715): essa fu il risultato di un esame travagliatissimo del S. Uffizio sui riflessi provocati dall’attività del Tournon e, ad onta degli innumerevoli sforzi dei gesuiti, confermò il deliberato precedente e istituì un formulario giurato di fedeltà a Roma che doveva essere sottoscritto da ogni missionario. Tale costituzione ebbe la sorte dei precedenti decreti e i rapporti tra l’imperatore e la S. Sede da pessimi divennero impossibili: il 16 apr. 1717 K’ang-hsi ratificò la decisione di espellere i missionari, di proibire il cristianesimo e di chiedere l’abiura ai fedeli. Un nuovo legato, scomparso il Tournon, venne inviato in Cina per far applicare la Ex illa die. Costui, Carlo Ambrogio Mezzabarba, ricevuto in udienza a Pechino nel gennaio 1721, sebbene munito di “otto licenze” che attenuavano la durezza della bolla circa le cerimonie, verificò una volta per tutte l’indisponibilità dell’imperatore. Dal fallimento di questa missione, i comportamenti dei missionari e le strutture delle missioni ripiombarono nella confusione e nella gestione individuale e per un altro intervento papale significativo bisognerà attendere Benedetto XIV (1742).

    Parallelamente C. XI dovette misurarsi con una recrudescenza delle pretese dei Portoghesi che, profittando della grave crisi in cui si dibattevano i vicariati apostolici dopo la pubblicazione del decreto di Nanchino, cercarono di rilanciare la politica del real padroado premendo sulla S. Sede per l’erezione di tre nuovi vescovadi: in tal senso, dal 1711 al 1718 inutili furono gli sforzi degli ambasciatori portoghesi che, come argomento principe, ventilavano il rischio di abbandonare Goa e Macao alla mercé degli Olandesi. Il papa, consigliato in questo dal francescano ex vicario apostolico G. F. Nicolai, convinto assertore che non “si deva fidarsi di nuovo alli soli Giesuiti la salute di mezzo mondo” (SinicaFranciscana, VI, p. 357), fu sempre contrario ad estendere il padroado e perennemente schierato in difesa della Congregazione di Propaganda.

    A conclusione della vicenda dei riti cinesi si verificò un regresso dell’espansione missionaria e fu chiaro un triplicesmacco dell’autorità pontificia: il primo, religioso, poiché il funzionamento delle missioni e l’evangelizzazione a loro affidata soffrirono alquanto delle difficoltà create da un clima di semiclandestinità; giurisdizionale, poiché la nunziatura non fu aperta e i vicariati apostolici della Propaganda (sebbene si fossero nominati i titolari del Szechwan, Shensi e Fukien tra il 1715 e il 1718) indebolirono notevolmente il loro potere organizzativo e amministrativo; in ultimo, particolarmente serio, fu lo smacco culturale ché vi fu una totale incomprensione per il sincretismo espresso all’epoca dalle alte sfere intellettuali cinesi. Di certo il suo impegno nell’erezione di seminari per migliorare la preparazione dei missionari, di cui era continuamente lamentata la carenza, fu concreto e sincero anche se non sempre coronato da successo: ad esempio, un tentativo di aprire un convitto nel Collegio Urbano fallì miseramente (Metzler, Una notificazione…, pp. 259-269) e invincibili sospetti verso le società pagane resero episodici e cauti gli investimenti romani nel favorire la preparazione del clero autoctono in loco: nel 1701, del resto, il finanziamento di mille scudi romani per la costruzione di un seminario cinese affidata al lazzarista L. A. Appiani abortì sul nascere di fronte alla repressione imperiale.

    Nella politica interna allo Stato della Chiesa tentò di imitare la severa linea di Innocenzo XII prestando particolare attenzione al comportamento morale e al rispetto della residenza di tutti i prelati: la pluriennale presenza a corte come predicatore apostolico di F. M. Casini, relatore implacabile degli aspetti più sconvenienti e criticabili del clero e dell’amministrazione del dominio temporale della Chiesa, lo confermò nell’interiore desiderio di rigore. Le missioni popolari e le conversioni divennero per lui una sorta di ossessione: schiere di “pii operai” furono chiamati da Napoli a Roma “per insegnare a tutti la via della salute” e nel 1703 finanziò egli stesso una missione popolare per i “villici” dell’agro romano che rivelò la “rozzezza estrema scoperta nell’anime di quest’infelici a molti de’ quali giungeva nuovo fino il mistero della Trinità et Incarnazione” (Coste, Missioni…, p. 188). Si distinse nell’assistenza alle popolazioni provate da diverse calamità: per lo straripamento del Tevere (1702), per il terremoto a Roma e nel Lazio (1703), per la siccità (1706), nelle epidemie influenzali gravi (1709), per la peste bovina (1713) e per la carestia (1718). Prestò solerti cure alla sorte delle zitelle, delle “zoccolette” e dei giovani reclusi Per cui fece restaurare il vecchio ospizio di S. Michele per renderlo un efficiente riformatorio correzionale a struttura unicellulare.

    In questo periodo il progressivo indebolimento del Papato non mancò di ripercuotersi nella vita interna dello Stato pontificio che conobbe un serio deperimento strutturale: seppure falliti nella loro applicazione concreta, vennero compiuti interventi di politica economica di una certa modernità. All’inizio del pontificato, suggestionato dalla lettura del manoscritto (poi pubblicato) di monsignor F. Nuzzi, Discorso intorno alla coltivazione… della Campagna di Roma, istituì il 1º febbr. 1701 la Congregazione del Sollievo, presieduta dal cardinale G. Marescotti, con il compito di definire “regolamenti per il Sollievo della città di Roma e specialmente per ben regolare l’agricoltura, l’annona e la grascia”. La costituzione di questo organismo, influenzata da un orientamento fisiocratico, fu un timido segnale di una volontà riformatrice ante litteram (anche se ci sembra esagerato, come sostiene il Franchini, ingigantire la consapevolezza del papa “economista”), che utilizzò anche forme insolite di reperimento di dati richiedendo la pubblica collaborazione. La congregazione nei primi due attivissimi anni di esistenza venne letteralmente sommersa da memoriali, proposte e progetti che testimoniarono, se non altro, la necessità di radicali riforme: i componenti si trovarono d’accordo nell’individuare momenti privilegiati d’intervento nel frazionamento del latifondo a favore del piccolo e medio colonato, nell’agevolazione del disorganizzatissimo credito agrario, nella modernizzazione dei metodi di conduzione e nell’istruzione agraria, e infine nel controllo del prezzi e nel miglioramento della viabilità. Queste intenzioni cozzarono con le croniche arretratezze delle campagne, con il paternalismo e il dilettantismo dei responsabili ecclesiastici ma soprattutto con le granitiche ed inviolabili competenze delle magistrature economiche ed amministrative della burocrazia romana (Reverenda Camera apostolica, il Camerlengato, il Tesorierato generale, la presidenza alla Grascia, la prefettura all’Annona) che sabotarono le iniziative e le sollecitazioni della congregazione che, inoperante dal 1704, venne a malincuore sciolta dal papa nel 1715. Nulla cambiò di fatto nell’agricoltura e per l’industria le decisioni prese andarono in un senso tradizionalmente protezionistico e antisuntuario. Nel 1708, accantonando ogni velleità riformatrice, istituì la Congregazione economica, con a capo il solerte e sbrigativo cardinale R. Imperiali, che venne incaricata di formulare un sistema di tassazione in grado di provvedere alle crescenti necessità dell’Erario, provato dal conflitto militare con l’imperatore e dall’inarrestabile diminuzione delle entrate determinata dall’offensiva generalizzata contro i beni ecclesiastici, laddove si erano dimostrati insufficienti i normali canali di drenaggio fiscale e il prelievo straordinario di 500.000 scudi dal tesoro di Castel Sant’Angelo. Il 10 luglio 1708, con la famosa tassa del milione di carattere temporaneo e straordinario, la congregazione introdusse, fondato su un aleatorio censimento per “assegne” giurate, un criterio di generalità contributiva su tutti i redditi che inevitabilmente incontrò la resistenza di un humus sociale secolarmente abituato alle esenzioni e alle immunità, ai privilegi e alla frode fiscale: particolarmente vivaci furono le proteste dei ceti medi che si videro schiacciati da una sproporzionata ripartizione della tassazione che, decisa dai nobili, li destinava a sostenere la maggior parte del carico fiscale. Dopo aver ripristinato vecchie imposte ordinarie (come l’odiatissima gabella sulla carne) e averne introdotte di nuove, nel 1710 venne soppressa la tassa straordinaria senza avere raggiunto il fatidico milione ma appena 346.908 scudi e con diverse pendenze per insolvenza che si protrarranno sino al 1727. L’azione della Congregazione economica s’inceppò contro “la riluttanza invincibile dei contribuenti non ultimi gli ecclesiastici” (Nina, Le finanze pontificie…, p. 644) e confuse col tempo le proprie competenze tributarie con la Congregazione del Buon Governo. Sotto C. XI il bilancio dello Stato (secondo il Pastor, nel 1718, le entrate della Camera apostolica e della Dataria rivelavano una diminuzione di mezzo milione di scudi) e il tono economico generale entrarono in una fase critica che si ripercuoterà seriamente nei pontificati successivi.

    Degna senz’altro di menzione fu invece la sua politica culturale. La sua mai accantonata passione per l’erudizione determinò la fondazione di un’importante sezione orientale della Biblioteca Vaticana con il reperimento di numerosi e preziosi manoscritti; la sua sensibilità per la salvaguardia del patrimonio artistico-archeologico di Roma favorì l’azione benemerita di Francesco Bianchini e di Marcantonio Boldetti. Inoltre, la sua ansia di “rinfrescare e conservare” i fasti di una centralità spirituale di Roma si esplicitò, simbolicamente ed effettivamente, in un mecenatismo costituito più che da innovazioni da scavi archeologici e da restauri di chiese e monumenti di cui furono principali protagonisti i Fontana e Carlo Maratta (famosi restano i restauri delle stanze di Raffaello, del Pantheon, della basilica di S. Clemente e la scoperta e l’erezione della colonna antonina). Fu particolarmente grato alla sua città, Urbino: qui, ignorando ogni sorta di rigore, fu generosissimo nelle opere pubbliche, nella definizione di innumerevoli privilegi all’università locale e alla cancellazione dei debiti. Inoltre, continuando l’opera di Innocenzo XII, favorì l’attività di riordino dell’università di Roma intrapresa dal cardinale Spinola che, sostenuto dal Gravina, giunse ad un’effettiva razionalizzazione della didattica e del numero dei professori di cui si curò maggiormente il livello professionale. In questo rilancio della Sapienza furono favorite le discipline giuridiche, prima fra tutte il diritto canonico, in conformità all’esigenza di formare legisti preparati in grado di contrastare validamente le innumerevoli obiezioni giurisdizionaliste. Infine, nel campo delle lettere intervenne nel 1711 a favore del Crescimbeni per mantenere fortemente gerarchizzata e curiale la struttura dell’Arcadia.

    Cagionevole di salute sin dal 1710, C. XI morì a Roma il 19 marzo 1721.

    Il bilancio complessivo del pontificato di C. XI non si può certo considerare positivo. Eletto tra grandi speranze, egli fu un esecutore diligente e di scarsa inventiva del programma zelante: cercò di applicare meccanicamente nella sua interezza e semplicità il progetto, che pervade con un’impressionante regolarità tutta la sua esistenza e attività di pontefice, di un rilancio del ruolo universalistico dell’autorità di Roma. Ciò significò votarsi alla sconfitta e subire continue delusioni che misero a dura prova il suo carattere emotivo. In politica internazionale, fallita l’auspicata emancipazione dalle potenze straniere, viceversa sempre più salde e rappresentate alla corte pontificia, si impose in una situazione delicatissima e dai ridottissimi margini di manovra un impossibile arbitrato, doveroso ma vano, nella rapida e spregiudicata evoluzione dello scontro egemonico franco-imperiale: inevitabilmente accusato di faziosità da entrambe le parti e incapace di scindere la sfera politica da quella religiosa, non comprese a dovere la reale profondità della crisi del potere temporale del Papato. La sua metodicità accentratrice, che spesso degenerava in una vischiosa lentezza, e un apparato politico e diplomatico, tranne pochissime eccezioni, non sempre di prim’ordine resero le sue sortite intempestive e sovente inopportune: così, non considerando gli svantaggiosissimi rapporti di forza, egli s’impantanò in innumerevoli e perdenti conflitti giurisdizionali con le autorità laiche.

    In politica religiosa, espropriato nei fatti anche in questo suo peculiarissimo settore, subì l’iniziativa del potere civile e ruppe con un passato di prudenza per affrontare la battaglia contro il giansenismo con un’inflazione di risposte tipicamente curiali prive, nella loro settaria ripetitività, di un solido retroterra teologico e storico. Forse incapace di dominare la complessa mappa degli equilibri romani, di cui conosciamo solo parzialmente gli aspetti sino a quando non saranno note le fonti vincolate al segreto inquisitoriale (importantissime nelle controversie del suo lungo pontificato), non possiamo, al di là delle glosse e delle chiose autografe che costellano i numerosi documenti papali e della certezza del suo spiccatissimo senso del dovere, apprezzare con sicurezza la sua personale iniziativa nella fase preparatoria degli interventi di definizione dottrinaria: comunque, alla fine si schierò sempre con i gruppi più ortodossi e curiali. La storiografia, soprattutto cattolica, non ha prodotto sino ad oggi risposte esaurienti nel merito offrendo interpretazioni giustificazioniste e scontate dell’operato di C. XI se non addirittura oleografiche e apologetiche, liquidando un po’ troppo disinvoltamente fonti più critiche ed equilibrate (ad esempio, quelle veneziane). Uno studio su di lui dovrebbe centrare le contraddizioni e la complessità inquietante del suo pontificato: infatti, sebbene fortemente ortodosso nelle scelte decisive, non si può ragionevolmente sostenere che abbia ostacolato sul serio, almeno sino a quando non avesse avuto la sensazione di trovarsi davanti ad un dissenso organizzato, la poliedricità d’ingegni che frequentavano Roma dal Gravina al Casoni, al Passionei, al Fontanini, al Bianchini e alla schiera di economisti che avranno tanta parte nei pontificati settecenteschi. Né si può affermare che questo lento recupero di vitalità intellettuale e il progetto di rilancio di uno splendore pontificale non abbiano contribuito a momenti di politica interna non priva di intuizioni che, pur nella loro paternalistica e discontinua attuazione si riveleranno in seguito, in periodo di riforme, fondamentali.

    Di contro, testimone di un decadimento irreversibile del Papato, di cui aggravò la portata con le sue incertezze e debolezze, fu interprete emblematico di una impreparazione generalizzata degli ambienti curiali di fronte ai movimenti profondi della società, degli Stati e della stessa realtà ecclesiale: egli rimase imprigionato, nel bene e nel male, in una cultura devota, controriformistica, obnubilata da una visione di un cattolicesimo trionfante e da un’inevitabile tentazione “oracolare” del magistero papale, fondati sulla rigida centralizzazione e sull’identificazione ormai storicamente agonizzante tra “Ecclesia Romana” ed “Ecclesia Universalis”.